La terapia sperimentale

Metà ottobre 2015. Cinque anni fa nel reparto di gastroenterologia per un day-hospital durante il quale ho dovuto sottopormi a un’infusione di infliximab, un farmaco necessario a curare la grave colite causata dall’immunoterapia.

Dopo l’intervento di asportazione dei linfonodi ero rientrata in uno studio sperimentale con ipilimumab, nivolumab e placebo dal quale purtroppo sono stata esclusa dopo soli tre mesi a causa degli effetti collaterali soprattutto a livello intestinale. E purtroppo esattamente un anno dopo l’interruzione di questa terapia avevamo scoperto la prima metastasi polmonare e quindi la progressione della malattia al quarto stadio. Quando si partecipa a uno studio sperimentale le sensazioni sono contrastanti. Almeno per me è stato così. Da una parte la felicità che sta nella speranza di ricevere un farmaco. Dall’altra la paura di non rientrare “nel braccio giusto“.  La terapia sperimentale ha causato gravi danni al mio intestino talmente gravi che non sono bastate dosi e dosi di cortisone. È servita addirittura l’infusione di un farmaco speciale. E grazie a questo farmaco infatti i miei problemi si sono risolti. Almeno quelli a livello intestinale. Purtroppo l’interruzione della terapia oltre ad aver causato la recidiva della malattia un anno dopo, in quel momento a mandato in pezzi la mia fiducia e la mia speranza. In quel momento ero davvero disperata. Mi sentivo spogliata della mia armatura durante la mia battaglia.

Ma per fortuna adesso, nonostante la recidiva polmonare, grazie alla Target terapia sono in remissione e la malattia è sotto controllo. Nonostante le cose siano andate un po’ così per quanto riguarda la mia esperienza in uno studio sperimentale, io consiglio a tutti coloro che ne hanno la possibilità di partecipare. Personalmente in quel momento la vedevo come l’unica possibilità di salvezza e mi ci sono aggrappata con le unghie e con i denti. Quindi da un lato è per un paziente una grande possibilità, dall’altro permette ai medici di poter studiare quel farmaco. E quindi siamo proprio noi a dare nuova speranza e nuove possibilità anche ad altri pazienti come noi, oltre che a noi stessi. E di questo non possiamo che esserne orgogliosi.  

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