Compagne di avventura

Che cosa resta di due tazzine vuote di caffè? Due tazzine di caffè in un bar di ospedale. Dopo un prelievo. In attesa di una terapia. Oggi per te domani per me. Cosa resta. 

Resta la sensazione di una bella chiacchierata. Vera. Intensa. La certezza di aver trovato non solo una compagna di avventura ma anche un’amica vera. Un’amica che anche se fisicamente lontana è molto molto vicina. Perché anche se ci vediamo praticamente solo qui, nella nostra seconda casa e lo diciamo ridendo, prima o poi ci vedremo anche fuori, le nostre famiglie si conosceranno finalmente e i nostri uomini faranno squadra e si sentiranno meno soli. Abbiamo scoperto le stesse fragilità, le stesse paure, le stesse incertezze, gli sbalzi d’umore ma anche le stesse risate, le stesse gioie e le piccole felicità che non solo la nostra malattia ma anche la vita di tutti giorni ci regala. Confrontarci e sorridere degli effetti collaterali. Devo ringraziare il cielo, il melanoma ma anche il buon Dario per averci fatto incontrare, perché mai come oggi ti ho sentita così vicina. Perché quando ci appoggiamo alla spalla di qualcuno e ci mettiamo a nudo, compiamo un atto di coraggio verso noi stessi e facciamo un dono all’altro. Perché certe distanze, non solo fisiche, si colmano in un attimo. Basta uno sguardo, un abbraccio, poche parole e un sorriso. 

Ti voglio bene Eli 

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Una notte “all’Hotel” Papa Giovanni XXIII 

Una notte “all’Hotel ” Papa Giovanni XXIII. Così oggi scherzavamo io e la mia Giulia quando, dopo un accesso al pronto soccorso pediatrico per la comparsa di macchie violacee sulle gambe, la dottoressa ci prospettava una notte di ricovero. Ed ora eccoci qua … in due splendidi lettini. Già, perché la professionalità, l’umanità, la sensibilità e l’amore per il proprio lavoro, in ospedale non sono merce rara per fortuna. Perché quando oggi ho gentilmente chiesto di poter mettere uno dei miei farmaci in frigorifero, le infermiere hanno capito immediatamente la mia situazione e visto che per ora il letto accanto a Giulia è ancora libero, mi hanno offerto una fantastica alternativa alla poltrona “relax” che avevo già preparato. 

Perché loro non possono sapere le giornate difficili che sto vivendo. Non possono sapere che ieri in meno di 12 ore ho perso due amici, entrambi per terribili e crudeli tumori. Non possono sapere che ieri nonostante tutto ho indossato tanti bei sorrisi per festeggiare il mio piccolo Alessandro. Non possono saperlo eppure si sono dimostrate dolci e premurose. Perché hanno immaginato la mia stanchezza, fisica e non solo, e hanno cercato di fare qualcosa di buono. Perché il buono nelle persone, esiste. 

Come la dottoressa che ha visitato Giulia stamattina. Mi ha spiegato che sospettava si trattasse della Porpora di Henoch- Schoenlein, mi ha spiegato le possibili cause e che avremmo fatto tutti gli esami del caso. 

Io sapevo benissimo che non c’entrava nulla ma le ho chiesto piangendo se era “colpa” del Mio melanoma metastatico. Avevo bisogno di sentirmelo dire. 

E lei molto gentilmente mi ha confermato che non c’erano correlazioni ma che avevo fatto bene a chiederlo perché da mamma nella mia situazione era una preoccupazione e un’ansia più che comprensibile. 

Evidentemente avevo anche bisogno di piangere. 

Anche se poi sono state solo 2 lacrime.

Mentre in realtà avrei bisogno di piangere. Di sfogarmi. Di piangere a singhiozzo. 

Per tutto ciò che sta succedendo in questi giorni. Per la tristezza e le lacrime troppo a lungo trattenute. Per la rabbia. Per due amici che non ce l’hanno fatta. Per il velato e assurdo senso di colpa. Perché la morte dei nostri compagni di battaglia, soprattutto se sono anche amici, suscita emozioni contrastanti. 

Non so se riuscirò a partecipare domani e dopo ai vostri ultimi saluti. Vediamo se Giulia dovrà continuare il suo soggiorno al Papa Giovanni XXIII. 

Per ora da questa cameretta del pronto soccorso pediatrico vi mando un dolce pensiero e una preghiera, fin lassù, tra gli angeli e le stelle.  

L’amore di una zia

Oggi proprio oggi,  il giorno del compleanno del mio bimbo è una giornata molto molto triste. Proprio oggi Marco ci ha lasciato. Marco, un capo scout, un vecchio amico, una parte della famiglia, lo zio Marco per le mie nipoti  e da qualche anno un compagno di questa battaglia. Hai lasciato questa terra dopo aver combattuto come un leone dopo aver dato a me e a tutti un grande esempio in questa terribile e maledetta guerra. Con tanta forza e tanta dignità oggi purtroppo ci hai lasciato. Un pensiero a Laura, Marzia, alle sue sorelle e alla sua famiglia che un po’ è anche parte della mia famiglia. E un  pensiero alle mie adorabili nipoti. Il loro vero primo lutto,  la loro vera prima perdita dolorosa. Queste due ragazze che ho amato quasi come fossero mie fin dal primo momento. Sono diventata zia quando ancora non ero mamma e ho potuto godere appieno dell’attesa trepidante e della gioia immensa quando sono nate. A volte “mi dispiace” non essere più una zia full time avendo i miei bimbi che assorbono molta attenzione, ma sono comunque una zia presente e di questo ne sono felice. Vorrei potergli dedicare più tempo soprattutto ora che sono delle  adolescenti ma ce la sto mettendo tutta e vi prometto, Alice ed Elisa che la vostra zia ci sarà sempre. 


Posso solo immaginare quanto sia difficile questo momento per voi. Avete vissuto in questi ultimi anni da due parti opposte della famiglia, l’incontro con quel terribile male chiamato cancro, avete vissuto la malattia, le brutte notizie, il dolore e le difficoltà della vita ma avete avuto allo stesso tempo esempi di tenacia, determinazione e forza. Credetemi questo non è poco, sarà un ricordo e un’esperienza seppur dolorosa che vi porterete nel cuore per sempre. E vi aiuterà a crescere.

Anche se vi costerà lacrime, di dolore e rabbia. 

Vi stringo con tutto l’amore che posso. 

L’amore di una zia. 

Come il vostro zio Marco. 

Buona strada Marco 

Prefazione 

La prefazione  del mio libro nasce dal contributo di un amico speciale. 

Ne condivido con voi  una piccola parte in questo articolo… 

Per me è sempre un’emozione rileggerla. 

“Mi presento: mi chiamo Melanoma.

Sono un Tumore maligno, e tra i Tumori maligni sono uno dei più cattivi.

Diciamocelo pure, non mi offendo: sono veramente un bastardo.

Lo sono perché basta che mi lasciate crescere fino a 4 mm di spessore (un’inezia) perché io possa uccidere la metà di voi.

Lo sono perché non è possibile prevedere da stili di vita, comportamenti, vizi, abusi chi colpirò; certo, voi sapete che le ustioni solari (specie nei bambini) predispongono al rischio, ma in realtà chi di voi non si è mai scottato al sole da piccolo? Cosa hanno fatto di sbagliato le persone che io scelgo di colpire rispetto a quelle che non mi incontreranno mai nella propria vita? Proprio niente.

Lo sono perché non faccio distinzioni di età tra le persone che colpisco: diventare adulti, fare progetti e realizzarli, creare famiglie, invecchiare e morire in vecchiaia è un percorso che non riconosco. Ragazzi, giovani genitori, persone che a tutto penserebbero tranne che alla morte sono coloro di cui mi diletto a devastare la vita.

Lo sono perché sono assolutamente capriccioso e imprevedibile. Per i medici la maggior parte dei Tumori può considerarsi guarita dopo 5 anni senza traccia della malattia. Per me no, io posso tornare dopo decenni, me ne sto rintanato e ricompaio quando la persona pensa di avercela fatta.

Ho sempre guardato con divertimento a tutti i tentativi della Medicina di ingegnarsi a trovare qualcosa che potesse combattermi: vaccini, interferone, perfusione d’arto, linfonodo sentinella sono state idee brillanti, che promettevano di cambiare il destino di chi aveva la sfortuna di incontrarmi, ma con risultati controversi e sicuramente non determinanti.

Non sono però perfetto (non ditelo in giro, mi piace essere temuto) e alcune situazioni mi mettono in seria difficoltà.” 

TO BE CONTINUED ….